“9 giorni”

Non sono una facile lettrice. Tendo a leggere molto, tuttavia è particolarmente difficile che la mia attenzione venga attratta completamente da una storia. Ho la capacità di vivere un libro in pochissimi giorni o di impiegarci persino dei mesi, un fattore determinato solo ed esclusivamente dalla storia. Ecco perché sono alla continua ricerca della cortigiana perfetta (trovata in un numero limitato di libri) o, se non proprio perfetta, almeno una buona seduttrice che sappia giocare bene le sue carte.

“Solo leggendo un buon libro mi sono accorta di quanto la mia mente avesse fame”.

Vorrei ora prendere in considerazione un libro letto qualche mese fa, ma la fatidica domanda è: sono stata sedotta dalla cortigiana? Una domanda la cui risposta la potrete trovare solo alla fine della recensione.

 

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Titolo: 9 GIORNI

Autore: Gilly MacMillan

Casa Editrice: Newton Compton Editori

Pagine: 416

Genere: thriller

 

In 9 giorni il lettore viene trasportato nella storia narrata da Rachel Jenner, una mamma obbligata ad affrontare una delle situazioni che rappresentano l’incubo di ogni genitore: il rapimento del proprio figlio. Una storia che farà vivere ogni ansia, ogni indizio e ogni speranza come una sorta di giostra dei sentimenti, una montagna russa che permette al lettore di vivere, assieme a Rachel, ogni attimo e ogni piccola sfaccettatura delle indagini.

Un thriller il cui inizio è determinato da una banale distrazione da parte della madre, una voglia di rendere il figlio, Ben, un po’ più indipendente permettendogli di percorrere da solo un tratto del solito parco. Una scelta che porterà Rachel nell’incubo, nel buio dell’incertezza iniziato con il guaito di dolore del cane di famiglia ritrovato senza il suo padroncino. Solo il silenzio, enfatizzato dal fruscìo degli alberi, accompagnerà la crescente e angosciosa paura di Rachel. Un thriller la cui lettura non lascia fiato, ma trasporta direttamente nel vortice dei sospetti e avvenimenti che caratterizzano la vicenda  di una madre disperata ma combattiva.

La trama si caratterizza per avere una buona struttura narrativa, il tipo di narrazione autodiegetica (in prima persona) permette al lettore di immedesimarsi con la protagonista, vivere le sue angosce, ansie e sofferenze. Vi è quindi una sorta di visione in soggettiva che fa in modo di poter entrare nel vivo dell’indagine, portando anche il lettore a partecipare, studiare e capire qualsiasi elemento che possa aiutare nel poter ritrovare il piccolo Ben.

Per quanto riguarda i personaggi, li ho trovati ben strutturati. Sono rimasta soddisfatta dalla profondità psicologica di ognuno di essi, infatti nulla è come sembra. La scrittrice mostra una vasta gamma di emozioni sottolineando come ognuna di esse, seppur pura e giustificata, possa essere travisata dai propri interlocutori.

Un romanzo nel quale viene sviluppata una delle caratteristiche della nostra società: l’importanza dell’esteriorità. La realtà, infatti, può essere distorta e interpretata nel modo sbagliato. Ciò che principalmente colpisce è che la comunicazione, il modo in cui ognuno di noi si pone nei confronti dell’altro, è un fattore fondamentale per poter ottenere un riscontro positivo. Un elemento di cui nel libro ne viene sottolineata l’importanza, avendo una certa influenza nella velocità e nell’eventuale buon esito delle indagini. Un messaggio, questo, che si riscontra immediatamente nell’incipit del romanzo:

“Agli occhi degli altri, non siamo sempre come ci immaginiamo. Quando incontriamo qualcuno per la prima volta, possiamo sforzarci di fare buona impressione, proporre la migliore immagine possibile di noi stessi, eppure può capitare che tutto vada orribilmente male lo stesso”

Se lo consiglio? Ebbene sì. La cortigiana inizia ad ammiccare già dalle prime pagine, avvicinandosi e porgendo la sua mano per invitarti a entrare nel suo mondo.

 

 

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