E alla fine c’è la vita – Davide Rossi

Una storia che affronta le tematiche giovanili, le incessanti e innumerevoli problematiche contro le quali i ragazzi si imbattono.
Un romanzo strutturato come una sorta di sceneggiatura, che denuncia uno stile di vita dissoluto presente nell’ambiente universitario, ma non solo. Quando solo la vita, la maturità e l’esperienza determinata dagli accadimenti, riescono a ristabilire i giusti equilibri.

copertina e alla fine c'è la vitaAutore: Davide Rossi

Titolo: E alla fine c’è la vita

Casa Editrice: Apollo Edizioni

Pagine: 186

Genere: Sceneggiatura – Drammatico

 

Cari lettori,
questo mese vi parlo del romanzo “E alla fine c’è la vita” di Davide Rossi, edito da Apollo Edizioni.

Il romanzo di questo mese affronta le tematiche giovanili, le incessanti e innumerevoli problematiche contro le quali i ragazzi si imbattono.
Nella storia emerge un lato deformato della vita, dell’università, mostrando una realtà in cui vige il voler divertirsi sempre e comunque, a volte a discapito della ragionevolezza, cadendo in un baratro sempre più profondo, intorpidito, apatico.

Un romanzo che denuncia uno stile di vita dissoluto presente nell’ambiente universitario, ma non solo. Quando solo la vita, la maturità e l’esperienza determinata dagli accadimenti, riescono a ristabilire i giusti equilibri.

Ma veniamo ora alla trama:

Pavia, anno 2009. Quattro personaggi. Quattro storie diverse. Quattro vicende legate da un filo rosso che si dirama, si aggroviglia, si inceppa, nelle avventure e nelle vite di quattro universitari. Vite scandite dal ritmo di continue feste, droga e dissolutezza. Un mondo, quello universitario, incorniciato dalla realtà intorpidita dalle sostanze stupefacenti, per evitare di affrontare la vita in sé. I problemi, i genitori. Fino a quando quel filo rosso li porterà a comprendere, a capire cosa fare, come agire.
Quando, forse, non tutto è perduto.

***

Il romanzo di Davide Rossi è strutturato come una sorta di sceneggiatura, dove vengono inseriti minuziosamente orari e luoghi, in modo continuo, per mostrare in contemporanea le varie azioni dei personaggi. Proprio come una sceneggiatura, anche la tipologia di scrittura non è caratterizzata eccessivamente da ghirigori narrativi, ma più che altro dai dialoghi. Il suo stile si caratterizza per avere un ritmo veloce, incessante, che si avvicina alle tempistiche filmiche per poi rallentare, al termine del romanzo, con un breve flusso di coscienza di uno dei protagonisti. Un flusso di coscienza che mostra il cambiamento raggiunto dal personaggio, dal suo comprendere gli errori commessi fino a quel momento e di ciò che in realtà è importante: la vita.

Tuttavia, il continuo segnalare in modo schematico i luoghi e gli orari in cui si sviluppano le azioni, rischia, per chi non è abituato al genere, di non far godere della lettura e crea problematiche nel far immergere il lettore nella storia raccontata. Soprattutto perché tale tipologia di scrittura non permette di poter approfondire la conoscenza dei personaggi, i loro pensieri, le emozioni, o i minimi dettagli che mostrano i turbamenti che in una determinata situazione imperversano nei personaggi.

Che dire della Cortigiana? La Storia, pur avendo un potenziale di fondo nel suo sottotesto, come il far capire la realtà distorta nella quale vivono numerosi giovani (e non solo), non è riuscita a trasportarmi nel suo mondo d’inchiostro. Lo stile tipico della sceneggiatura non è il mio, tuttavia sono convinta che in questi casi tutto dipenda da una questione di gusti personali. Probabilmente l’approfondire l’interiorità dei personaggi, le loro riflessioni, i pensieri, proprio come il flusso di coscienza finale presente nel romanzo, potrebbe creare un maggiore legame empatico con il lettore.

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